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Italian Pasta PDF Stampa E-mail
Scritto da Livia   
Martedì 23 Luglio 2013 16:20

ITALIAN PASTA

Se qualcuno impiegasse una vita a mettere insieme tutte le cose kitsch del mondo, quello puro teorizzato da Clement Greenberg per intenderci, non riuscirebbe mai a raggiungere il concentrato incredibile di ciarpame, in meno di quindici metri quadrati, della trattoria in cui ero finito. Elementare, perché lì sono generazioni intere che vengono accumulate le cose kitsch: i ricordini di viaggio, la bottiglia con il Duce che fa il saluto romano, quantità improbabili di tetanici fiori finti, la macchina da cucire, le scodelle serigrafate, le foto delle mandolinate, i centrini di merletto e a corredo anche un proprietario che le ha radunate, inquietantemente identico ad un gigantesco rubicondo nano di coccio santificato all’interno di una nicchia del locale.

Seduto, godo subito della frescura buona offerta dalla stanza; mi refrigero dalla soffocante, arida calura salentina di fine giugno, molto dovuta al riverbero delle case bianchissime, bollenti facciate tufacee ricurve sui lucidissimi vicoli. La carta ovviamente non esiste; l’ultimo francese che l’ha chiesta scopro esse stato quasi malmenato. Senza chiedere niente una cuoca unta e corpulenta mi porta subito l’acqua fresca dandomi del tu e poi guardando meglio del Voi. Acqua di una marca che non esiste …mah, sarà fatta in casa anche quella. È si perché qui, e chi viaggia lo apprezza immediatamente, la parola d’ordine è “fatto in casa”. Il servizio? Un gran numero disordinato e scompagnato di piattini sbeccati in vetro. Poi è la volta del vino, un rosato rustico di equilibrata acidità rigorosamente servito dalla bottiglia della Idrolitina che viene passato da un tavolo all’altro … “se no si scalda”. Al tavolo vicino, estemporanei commensali dei titolari, sono due emigranti, ovviamente di ritorno dalla Germania mineraria e che parlano nitidamente un idioma nato nel 1950: il teuto-pugliese. Fantastico, sei già della famiglia e intanto senza che nulla fosse chiesto e soprattutto non avendo neppure il tempo di pensare a cosa andasse per pranzo, vengono “portati”: una ricotta fresca intera, un piatto di fagiolini dell’orto, la peperonata condita ai capperi del muro della casa di campagna, la melanzana affogata nell’olio di loro produzione vitalizzata da un basilico dalle foglie di dimensioni preistoriche e dall’essenza officinale. … E intanto senza alcuna possibilità di scelta in cucina bolle l’acqua. Voltandomi verso la televisione mi ritrovo inconsapevolmente difronte alla partita dell’Italia, che a dire il vero non avrei mai guardato preso da impegni di affari, di lavoro e dal mio naturale disinteresse calcistico. Lì noto una concorrente Irlanda che a riflettere è sicuramente più grezza di tutto il contesto in cui ero finito messo insieme. Le immagini televisive poi, sempre così straripanti di sponsor e marchi provenienti dall’intero mondo del preconfezionato e del take a way, mi suscitano a rebout un sopito disgusto dovuto all’emerso ricordo dei miei frequentissimi scali aeroportuali dove: i “principi del grasso idrogenato”, cioè gli insipidi e innaturali sandwich pre-incartati alla singola foglia d’insalata, i sintetici Sushi di Pangasio, le nere hamburger grondanti unto, gli aromi artificiali di stucchevoli dolci o colorati dolciumi sembrano oggi essere gli obbligatori “amici” di viaggio. Qui invece era surreale, sembrava essere entrati all’interno di un libro neo-verista italiano o francese, solo che qui a differenza della gratuita e inopportuna tristezza di Cassola o Sciascia era tutto allegro, pulsante, vitale …aromatico. Poiché a dispetto di quanto ci è storicamente propinato dai maledetti intellettualoidi scrittori italiani, il “Vero” italiano e la sua popolanità casalinga è tutt’altro che melanconico o triste, è vivo, vivace, coloratissimo come i carretti siciliani o i ravioli al sugo, ritmico al suono degli strumenti ad esili corde, frenetico quanto i tarantati atavici balli tradizionali. Ma ecco che sorprendentemente dopo circa 12 minuti, arrivano gli spaghetti. Quelli si che erano di marca e italianissimi, erano i De Checco, su quelli d’un tratto la locanda si trasforma in un tempio e l’atteggiamento trasmuta in filologico. Su Vostra Maestà gli Spaghetti si diventa seri… non si scherza. Serviti in un gigantesco coccio, fumanti, “al dente” si amalgamano in un orgasmo gastronomico nell’intingolo di sugo fresco e pesce. Allora giù subito un bel sorso del rosatello ghiacciato, che si fa bere a fiumi come un ginger …a quattordici gradi. Dal tavolo buono mi offrono premurosamente il loro peperoncino, che accetto entusiasta e metto in ampia quantità, una bella forchettata e …il figlio sornione del proprietario strizzandomi l’occhio: «…è pugliese sa!». Una bomba, ma che fa fare i fuochi artificiali al piatto di spaghetti che ho di fronte e che guardo fragranti, perfetti conditi con vongole, cozze e prezzemolo dal raffinato e ricco fitocomplesso. Allora, serviti gli ospiti, dalla cucina subito una voce squillante: «Francisco la pasta!!!, e tu Dotto…, smetti di scrivere e mangia la pasta che ti si fredda». Magnifico, sono a casa, spengo i palmari mangio gli spaghetti e mi sento anche protetto dal figlioccio del titolare, un bel esempio di “guappo” che mi infonde sicurezza dati mole e maniera. Peccato che all’avere chiesto di una penna per la fattura mi accorgo che male sappiano scrivere e che la stessa era fatta dalla riunione riavvitata di due trascorse penne diverse e di diversa epoca….ma gli spaghetti.

È nel rientrare in albergo e nel solitario camminare notturno, con le dita ancora saporose di sugo, che immagino quale dignità abbia quel piatto di spaghetti e che campanilistico piacere sarebbe trovare un fragrante piatto di pasta, …magari soltanto al sugo nei luoghi in cui la mia professione di chimico mi porta in giro per il mondo. Che soddisfazione sarebbe trovarli al dente in Algeria, in Egitto, in Tunisia o in Albania vicini ai mediterranissimi Kebab e Cuscus o nella Repubblica Domenicana o in Canada o in Russia o addirittura nel Nord Europa, luogo di loro elettiva gastronomica umiliazione, poiché significherebbe che molto si sarebbe colto, compreso e soprattutto diffuso.

di Giuseppe Marino Nardelli, pubblicato sul Giornale dell’Umbria.

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Luglio 2013 16:43
 
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