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I racconti di Adriano PDF Stampa E-mail
Scritto da Livia   
Lunedì 10 Settembre 2012 14:00


Questa rubrica, intitolata al nostro “decano” Adriano Colonna, non sarà la raccolta delle sole sue memorie ma anche di quelle di tutti noi; nell’ intento di raccontare il volto umano e leggero dell’Onaosi ed il rapporto di affetto che c’era e che c’è tra tutti: studenti, istitutori, addetti, guardiani, factotum... Quindi siete tutti invitati a partecipare inviandoci le vostre memorie sugli aneddoti piu divertenti, piu toccanti... e sempre comunque intensi esempi della vita che abbiamo condiviso nei collegi di Perugia.










I miei aneddoti raccontati a pochi e resi ora semi pubblici con la finalità di farli passare "ALLA STORIA". La solita telefonata arriva nel momento piu impensato e la richiesta di scrivere un articolo per il CADUCEO non e ciò che desideri in maniera particolare in un periodo in cui la pigrizia ed il dolce far niente ti riempie il corpo e l'anima. In questa situazione tra te e te dici: ”ora ci penso,
ora lo faccio...”ma non agisci ed il dolce torpore fa trascorrere il tempo e dimentichi momentaneamente l'impegno che ti sei assunto.
Passa qualche giorno ed una seconda telefonata ti richiama al dovere e ti impegni, vista la scadenza ravvicinata della pubblicazione del giornalino, a non ricadere negli OZI CAPUANI e a metterti all'opera. Volete conoscere fatti di vita vissuta nei collegi,noti a pochi,ma realmente accaduti e che ora potranno far sorridere tutti i lettori per la loro genuinità? Si!!!!!!! Eccovene per il momento uno, il primo che si e fatto strada nella mia memoria.


 

Esami......... tra riti scaramantici e leggende metropolitane.

I fatti di seguito raccontati sono avvenuti o in Via delle STREGHE o agli Istituti (allora) Maschili di Viale O. Antinori.

Con qualsiasi studente avevi occasione di parlare ti potevi rendere conto,anche se non veniva ammesso, di come la scaramanzia alla vigilia di un esame non solo era ricorrente ma veniva cercata e se non accadeva quanto normalmente previsto erano guai.C'era chi si preoccupava perché non aveva i soliti disturbi gastrointestinali,chi non riusciva a capacitarsi che quella mattina contrariamente al solito non riusciva a liberarsi dei succhi gastrici con dei conati,chi la sera prima andava a mangiare la pizza con la stessa persona che gli aveva fatto compagnia la sera antecedente il primo esame superato.Ognuno aveva il suo rito e le risposte dovevano essere sempre le stesse altrinmenti subbentrava un minimo di preoccupazione.Tra tutti quanti alcuni mi hanno colpito in maniera particolare e sono rimasti impressi nella mia memoria.

Il nostro amico STEFANO,reatino,ora chirurgo a Terni,quella mattina si presentò nel mio ufficio che allora si trovava al primo piano della palazzina D,al mitico interno telefonico 69,e,pur essendo un ragazzo scrupoloso e fondamentalmente preparato, mostrava delle perplessità sull'esame che doveva sostenere .Dopo le solite frasi di circostanza (non ti preoccupare che andrà tutto bene........vedrai che prenderai un bel voto........devi stare tranquillo perché la tua preparazuione è una garanzia........ ecc.ecc.) non ottenendo i risultati sperati lo presi per un braccio,lo portai fuori dell'ufficio e lo pregai di andare all'università e compiere il propio dovere.Stefano dopo aver fatto un passo si mise faccia al muro e fece finta di piangere.Io,senza pensarci tanto,gli diedi un bel calcio affermando che se non fasse andato subito lo avrei accompagnato,a calcioni,fino a davanti al Professore.L'esame andò bene e da quella volta la mattina di ogni esame il nostro caro chirurgo passava davanti l'ufficio per prendere il "CALCIONE PORTAFORTUNA".

Italo da Agnone,ora pediatra a BRANCA, ha trascorso tutte le mattine in cui doveva sostenere un esame a fare il possibile per non incontrare una dipendente che lavorava in guardaroba e che tutti pensavano fosse foriera di bocciature a raffica.La storia racconta che il buon Italo riuscì nel suo intento.Ormai, laureato,non pensava più ai suoi riti scaramantici e prima di uscire dal collegio  incontrò  la guardarobiere che gli chiese:
-Ora che specializzazione farai?
-Pediatria.
-Se vuoi ti posso mettere una buona parola con il Professore che conosco personalmente.
Italo impallidì ma non riuscì a dire altro che
-La ringrazio.
L'esame di specializzazione andò bene e da allora ogni volta che capitava in collegio si recava in guardaroba per scambiare qualche parola cion la dipendente.

Esame di Laurea,Rettorato,in fondo al corridoio compare il nostro carissimo Raffaele,ora gastroenterologo a Spoleto,vestito di tutto punto.Quando mi avvicino per salutrlo mi rendo conto che la cravatta era tutta sgualcita e lisa.Alla richiesta di una spiegazione il nostro Raffaele,sorridendo,mi disse "Con questa cravatta ho sostenuto il primo esame con la LOCCI (professoressa di Istologia ed Embriologia) e da allora l'ho messa ad ogni esame e si vede che di battaglie ne ha fatte molte." L'esame di Laurea  andò benissimo ma non so se il "CIMELIO" lo ha conservato.


Con affetto, alla prossima.
Il Vostro, Adriano Colonna

 

 

IL MIO IMITATORE UFFICIALE

Era l'autunno del 1983, subito dopo il trasferimento forzato degli studenti universitari da Via delle Streghe agli Istituti Maschili di Viale O. Antinori. Qui già era presente un nucleo abbastanza consistente di universitari, che non erano potuti venire alla sede principale poiché questa aveva solo 52 camerette disponibili. Quelli che dal Dott. Castrucci furono,allora,definiti "GLI SFOLLATI" occuparono Quota Zero e la palazzina D, raggiungendo, per la prima volta, con i nuovi ammessi ed i già presenti, il fatidico numero 100, che in quel periodo sembrava irraggiungibile. Ciò che mi preoccupava era il creare un equilibrio tra la comunità degli "SFOLLATI", coloro che erano già presenti al Maschile, ed i nuovi ammessi. I numeri giocavano a mio favore in quanto gli "SFOLLATI" erano comunque numericamente dominanti. Con loro bastava uno sguardo o un monosillabo (AHOOOOOOO) per capirci; i nuovi si sarebbero adattati alle regole di Via delle Streghe e pertanto c'era da lavorare soprattutto sui "NOTABILI" del Maschile, che vedevano diminuire il loro prestigio di "BOSS". Perciò si dimostravano restii ad accettare nuove regole e a riconoscere le personalità dei nuovi "INTRUSI", cedendo parte del loro "potere" sull'altare di un nuovo equilibrio che, anche se di poco, li sminuiva. Instaurare rapporti confidenziali era difficile in quanto anch’io venivo studiato; sopratutto dovevano capire fino a che punto si potevano fidare di me in termini di riservatezza, omertà e convivenza veramente vissuta. Pian piano i rapporti si misero sul binario giusto e con chi era di carattere più aperto avevo instaurato rapporti quasi confidenziali. Uno di questi ragazzi, già ex-collegiale, ora stimato otorino al Policlinico Gemelli, pur avendo con me rapporti più che accettabili, non voleva mollare definitivamente "LO SCETTRO" di anziano ed ogni tanto aveva comportamenti che potevano irritare
gli altri universitari. Pur essendo stato pregato più volte di desistere, ogni tanto doveva dare il segnale della sua presenza. Il nostro amico otorino alloggiava al secondo piano della palazzina D ed ogniqualvolta andava a fare la doccia, oppure per divertimento personale, si metteva gli zoccoli e camminando - diceva lui - faceva un tale rumore da disturbare non solo gli amici del piano, ma anche quelli del piano inferiore dove alloggiava Jean Gabin, che era il mio imitatore ufficiale. Un giorno, durante il pranzo, mi avvicinai al mio amico Scari , l'otorino, e gli chiesi, non ricevendo risposta, come era andata a lezione e che aveva fatto di bello nella mattinata. Silenzio e solo silenzio. Allora, allontanandomi, gli dissi: -Va bene, quando vuoi sai dove trovarmi per spiegare quello che ti è successo e il motivo del tuo comportamento. Non avevo neanche fatto un passo che sentii Scari che diceva: - “Fai l'amico e poi alla prima occasione ti comporti come tutti gli altri superiori. Sei solo capace di rimproverare senza dialogare. Siete tutti uguali”. Lì per lì restai stupito ed un po' interdetto, ma subito, volendo capire bene la cosa, gli chiesi: -“Dimmi cosa ti ho detto, come e quando” - “Per un po' di "casino" fatto con gli zoccoli mi volevi maltrattare per telefono ed hai usato anche parole scurrili che non è il caso di ripetere”. -“ Guarda, Signor Scari, che non sono stato io e che il mio comportamento non è al 100/100 come lo hai descritto. Io sarei venuto a trovarti in camera e ti avrei detto con parole mie quello che pensavo di te e del tuo comportamento”. -“Ecco ora abbiamo raggiunto l'incredibile e l'apoteosi del diniego”. -Ah Scari, non sono stato io!” Diedi uno sguardo alla sala del refettorio e due tavoli più in là di dove si stava svolgendo la scena intravidi il grande Jean Gabin, che stava ridendo sotto i baffi. Allora lo pregai di ripetere quello che aveva detto per telefono; lui non si fece pregare ed ad alta voce; -“Ahoo, falla finita senno so ca...i tua. Hai capito? Nun rompe!” Non c'era nulla da fare "ero io che parlavo" e non Jean che mi imitava. Scari capì, fece un sorriso e si mise a pranzare con quello che poi divenne il suo amico Jean. Alla prossima, miei cari ragazzi e....non.
Con affetto,
il vostro ADRIANO COLONNA



LA PAROLA "MAGICA"

Da un po' di tempo vedevo parlare con una certa assiduità un ospite universitario,in via delle Streghe,con il dipendente Giuseppe
(Peppe) che in quel periodo era un il tuttofare essendo contemporaneamente aiuto cuoco,guardia notturna,addetto all'ordinaria
manutenzione ecc. ecc... .I colloqui tra i due erano piu assidui e frequenti quando Peppe era nella guardiola della portineria durante
il turno di notte ed il confabulare era cosi serrato da suscitare curiosità e voglia di venire a conoscenza dell'argomento. Il tempo passava,
la curiosità aumentava e la voglia di sapere ormai aveva raggiunto l'apice per cui mi sono fatto coraggio ed ho chiesto a "CUCCHI"
(soprannome dello studente) di raccontarmi ciò che stava accadendo. All'inizio era titubante ma poi,forse pensando che se nessuno
fosse stato al corrente del fatto tutto sarebbe finito nel dimenticatoio, inizio a rendermi partecipe del tutto.
CUCCHI da un po' stuzzicava Peppe sulla sua virilità e gli diceva che, vista l'età, ormai le sue possibilità amatorie erano al lumicino.
Il nostro fac-totum controbatteva che non era vero ed era disposto a dargli qualsiasi dimostrazione. Ed ecco l'idea geniale :
"Vedi,caro Peppe,ora per capire se un uomo e ancora virile non c'e bisogno di fare accertamenti clinici basta solo vedere la velocità
con cui dice una semplice parola che è CICLOPENTANOPERIDROFENANTRENE!
I tentativi si sono susseguiti senza il risultato sperato da parte del Peppe che alla fine decise di farsi mettere per iscritto la
PAROLA MAGICA.
Passato un po' di tempo con gli occhi pieni di gioia,chiamato CUCCHI, pronuncio pur con qualche tentennamento la PAROLA TEST,
ed in dialetto, pieno di orgoglio mascolino, affermò: “El ve' 'l mi cocco ancora so bono, so bono!”.
Alla prossima puntata.


SCAVALCHI NOTTURNI

In quel sottile ed intelligente gioco a guardie e ladri tra chi doveva far rispettare le regole e chi le trasgrediva c'era da annoverare a
nche il famoso “scavalco notturno”. Con esso quelli tra i nostri giovani ospiti, che non erano riusciti a rientrare entro l'una di notte,
e che non avevano amici che li potessero ospitare, riuscivano a dormire nella loro camera. Era un rischio per cui mettevano in conto
il rimprovero di Colonna e la segnalazione al Presidente. I provvedimenti disciplinari del caso, se era la prima volta, consistevano in una
lettera di richiamo allo studente ed alla famiglia.
Lo “scavalco” avveniva quasi sempre dopo le tre di notte, quando la guardia notturna era da sola ed in giro per il collegio non c'era
nessuno. C’erano dei piccoli segnali: un finestrone non chiuso, ma accostato, una finestra del corridoio, che univa tutte le palazzine,
non chiusa ermeticamente, ecc... Ciò faceva capire che qualche cosa doveva accadere e che le possibilità di prendere i pesciolini nella
rete erano molto alte. A queste situazioni noi dirigenti davamo la giusta importanza e quando le voci di corridoio si facevano più insistenti
e gli scavalchi erano più frequenti, capivamo che era giunto il momento di dare prova della nostra presenza. Ora ve ne racconto due:
uno riuscito e l'altro no.


"NON DITE NIENTE A COLONNA"

Un nostro carissimo amico, allora studente in medicina ed ora stimato otorino e sindaco del suo paese, pur non essendo più collegiale,
ogni tanto ci veniva a trovare (provo un certo piacere ad usare il pluralis maiestatis) per renderci edotti dei suoi risultati universitari, per
parlare della sua amata Juve e per poter far visita agli amici che erano ancora in collegio. Una volta, con fare un po' timoroso, iniziò a
raccontare: "Signor Colonna - si mi chiamava ed ancora mi chiama così - io glielo debbo dire, altrimenti che gusto c'è ad averla fatta
franca se Lei non sa niente.
Una notte, nell'ora canonica, io con i mie amici, che ben conosce, stavamo scavalcando il cancello all'altezza della palestra, quando arrivò
una volante della Polizia. Nelle fasi concitate che seguirono, tutti riuscirono a scavalcare tranne uno che, forse preso dal panico essendo
alle prime armi, fu letteralmente afferrato e portato a terra dai poliziotti. Il malcapitato, ora stimato docente universitario ed allora ottimo
portiere di calcio, alzò le mani al cielo ed ai poliziotti che gli chiedevano notizie e generalità, con voce tremante, non seppe dire altro che
“Non dite niente a Colonna”. Noi che avevamo scavalcato, al vedere e sentire quelle cose, nascosti dietro una siepe, ridevamo a crepapelle.
" La leggenda metropolitana poi racconta che i tutori dell'ordine si guardarono in faccia e, dicendo al nostro odierno professore di entrare
in collegio dal portone principale, si siano chiesti " Chi sarà mai questo Colonna?".


"ESCI O SPARO"

Mi sembra, se ricordo bene,che il fatto sia accaduto durante Umbria Jazz, un periodo in cui gli scavalchi erano molto frequenti. Per questo
ci vedevamo costretti a dare un esempio, che rallentasse un pochino la frequenza dei rientri extra.
Quella mattina, entrando al lavoro, l'addetto alla portineria mi consegnò il quaderno delle guardie notturne in cui vi era un rapporto da
leggere con attenzione. Tra me e me pensai "Ci risiamo,questa volta che è successo?". Avevo appena finito di leggere la segnalazione
che il collegiale incriminato bussò alla porta del mio ufficio e mi chiese di entrare. Messosi seduto, pensando che la miglior difesa fosse
attaccare, iniziò a parlare: "Non ci si comporta così, farò scrivere da mio padre al Presidente, facendogli dire che non solo le guardie
notturne non debbono andare in giro per il collegio armate, ma che i ragazzi non possono vivere in un ambiente con la paura che le
armi vengano usate in maniera impropria........ecc.....ecc......eccetera."
Terminato l'irruento attacco, guardai bene in faccia il nostro aspirante avvocato, forse allora studente del secondo anno, e gli risposi:
"Se nell'esercizio della tua futura professione imposterai così la difesa dei tuoi clienti, perderai tutte le cause. Prima di attaccare, studia
bene la controparte e vedi se hai le carte in regola per farlo; cerca di capire lo stato d'animo di chi ti è di fronte e non partire subito in
quarta perché è impossibile farlo. Tu sai, come tutti, che fino verso le dieci del mattino è meglio non venire da me in ufficio per affrontare argomentazioni importanti.
Sai inoltre che, se vengo aggredito, come tu hai fatto, divento intransigente e poco malleabile. Nonostante questo, per evitare guai
peggiori hai giocato carte di nessun valore in confronto a quelle che ho io. Ora ne pagherai le giuste conseguenze.
Ti dico, a ragion veduta e con tutto il diritto che ne ho, che sei un emerito Co.....one due volte: perchè hai creduto che le guardie
notturne potessero andare in giro armate e poi perché ti sei fatto beccare. Ricordati infine che hai fatto perdere quotazioni a tuo padre
ed ai tuoi zii, che ti hanno preceduto in collegio”. Il futuro avvocato uscì chiedendo, in un ultimo estremo tentativo, di non far sapere
niente al padre, il che non sarebbe accaduto.
Nella realtà era successo che la guardia notturna quella notte si trovò di fronte ad un rientro in massa. Gli studenti iniziarono a scappare
da tutte le parti e la guardia non riuscì ad inseguirne nessuno. Con la coda dell'occhio però ne vide uno che si nascondeva dietro un'aiuola.
Allora andò lì ed urlò, forse per farsi anche lui coraggio: "Esci di lì o sparo".

Ultimo aggiornamento Sabato 30 Marzo 2013 14:07
 
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